Dalla fuga dal conflitto alla protezione dei rifugiati: La storia di Mahamat

25 Luglio 2026

Sono nato in Darfur, in Sudan, una regione segnata da anni di guerra. Ho conosciuto l’esilio a sei anni, quando la guerra civile ha travolto la mia comunità e ci ha costretti a fuggire. Anche se ero un bambino, ricordo bene la paura, il terrore negli occhi di chi fuggiva con me.

Con la mia famiglia abbiamo trovato rifugio nei campi profughi dell’est del Ciad. La vita lì non è stata semplice, ma ho trovato un rifugio nello studio. Grazie a una borsa di studio del Jesuit Refugee Service, sono riuscito a laurearmi in Storia. Per me raggiungere questo traguardo ha rappresentato una vittoria e allo stesso tempo un riscatto: un frammento di futuro che mi era stato rubato.

Quando sono arrivato in Libia, pensavo di aver trovato la salvezza, ma mi sono scontrato con una realtà dura: sono stato detenuto senza motivo, e ho visto violenze e soprusi che non dimenticherò mai. Nonostante tutto, ho scelto di non restare in silenzio. Quando la situazione in Libia è diventata insostenibile, ho proseguito verso l’Algeria e poi il Marocco.

Stavo quasi per arrendermi, quando ho deciso di correre un ultimo rischio: affidarmi al mare in cerca di salvezza. Sono partito su una barca fragile, insieme a più di quarantacinque persone. Ogni secondo sembrava l’ultimo della mia vita.

Oggi vivo in Italia. Parlo una nuova lingua, lavoro e ricostruisco la mia vita. Porto con me le esperienze vissute e il ricordo di chi non ce l’ha fatta. Per loro mi impegno a sostenere i migranti bloccati in Libia. Lavoro come mediatore culturale, cercando di abbattere la barriera della lingua e di mettere in contatto le persone. Il mio sogno più grande è contribuire a porre fine alle sofferenze dei migranti in Libia e in Tunisia, perché ogni vita conta e ogni persona merita di essere salvata.